
Svizzera e Messico ce l’hanno fatta: la strada per creare il Green fund, il Fondo verde, già ampiamente annunciato al meeting di Copenaghen di dicembre per aiutare i Paesi in via di sviluppo nella lotta contro i cambiamenti climatici, è finalmente aperta. Un successo ottenuto nel corso del lungo incontro organizzato a Ginevra giovedì e venerdì dai governi di Berna e Città del Messico per parlare di green economy, e che si è concluso con la decisione di istituire un fondo da 30 miliardi di dollari entro il 2012 grazie ai contributi dei Paesi più sviluppati, da ampliare fino a 100 entro il 2020.
Il ministro degli Affari esteri messicano Patricia Espinosa ha confermato che l’intera comunità internazionale è pronta a dare l’ok al meeting sul clima di Cancun previsto per dicembre. «Abbiamo la speranza di riuscire a produrre una decisione formale sulla costituzione del Fondo e allo stesso tempo elaborare una strategia per canalizzare risorse immediatamente», ha dichiarato Espinosa. Molti assensi dunque, ma anche tanti condizionali. Specie dagli Usa, che erogheranno in maniera incondizionata i fondi fast start (2010-2012), ma che proseguiranno solo se verranno rispettate alcune sue condizioni, in particolare i tetti alle emissioni e i meccanismi di verifica per i Paesi in via di sviluppo, ossia la Cina. Scettici anche i movimenti. Secondo Elena Gerebizza della Campagna per la riforma della Banca mondiale, presente a Ginevra, «al momento si parla di una cifra intorno ai 100 miliardi di dollari l’anno, senza però che ci siano né delle basi scientifiche né negoziali. Purtroppo quella cifra non è sufficiente per stabilizzare le emissioni di gas serra e quindi garantire la sopravvivenza dei Paesi più poveri e più impattanti dagli effetti del surriscaldamento globale. Invece di riservare tanta enfasi al settore privato e a strumenti inadeguati come il mercato di crediti di carbonio, i governi del Nord del mondo dovrebbero iniziare a far fronte ai loro obblighi e realizzare un fondo globale che operi nell’ambito delle Nazioni unite e non di altre istituzioni come la Banca mondiale, la quale ha un record ambientale a dir poco inadeguato» ha concluso la Gerebizza.
Per il momento non è chiaro come saranno trovati questi soldi. Dal settore privato o da quello pubblico? Sul tavolo ci sono numerose possibilità. Sfruttando operazioni finanziarie speciali come proponeva un gruppo indipendente del Fmi mobilitando i Sdr, Special drawing rights, dei reserve assets creati dal Fondo monetario internazionale. Questa moneta virtuale può essere emessa dal Fmi per creare fondi di investimento. Il suo valore si basa su un paniere di valute reali. Dal canto suo il segretario generale delle Nazioni unite Ban Ki-moon sta preparando una serie di opzioni made in Onu, che vanno dalle carbon tax a delle imposte sui trasporti aerei. Le reti di organizzazioni non governative temono invece il ruolo della Banca mondiale e che i paesi sviluppati usino massicciamente il meccanismo dei Cdm (Clean development mechanism), creati con il protocollo di Kyoto.
I Cdm sono un meccanismo flessibile per sviluppare progetti puliti, che contribuiscano in maniera addizionale a tagliare la CO2 emessa, ai quali in cambio vengono dati dei permessi di emissione che possono essere acquisiti o scambiati sui mercati dalle compagnie private inquinanti. Il nostro giornale aveva già denunciato in precedenza come questi meccanismi in realtà non sempre siano puliti, e molto spesso nascondano progetti altamente inquinanti. «Il rischio è che i Cdn aumentino a dismisura, sollevando i Paesi sviluppati dalle loro responsabilità continuando a inquinare come sempre, compensando gli sforamenti dei tetti della CO2 con l’emission trading (il mercato dei permessi di emissione, ndr)», sostengono i rappresentanti della coalizione di associazioni Fair and effective climate finance, per una finanza climatica equa ed efficace. «Inoltre il carbon market (il mercato dei crediti, ndr) sta crescendo in maniera completamente deregolamentata, basandosi su speculazioni su derivati, un pericolo potenziale per la stabilità della finanza internazionale».
Tra gli aspetti più positivi del meeting le nuove procedure di trasparenza proposte. Una buona idea arriva dall’Olanda. Il ministro dell’Ambiente olandese Tineke Huizinga, ha lanciato il portale
www.faststartfinance.org per tracciare i fondi versati dai Paesi sviluppati. Al momento sul sito appaiono i 3,2 miliardi di euro versati da Gran Bretagna, Danimarca, Francia ed Olanda. Ventisette i Paesi destinatari, tra i quali Marocco, Bangladesh, India, Etiopia. La Germania ha promesso di versare 1,26 miliardi di euro. Secondo Eurodad, il network su Debito & Sviluppo, il sito non è sufficiente per monitorare l’uso dei fondi e certificare la loro provenienza. L’Italia, assente dalla lista dei donatori, è rimasta silenziosa e il ministero dell’Ambiente non ha rilasciato alcun commento sull’argomento, ne su eventuali fondi da destinare in futuro. Il nuovo capo dell’Unfccc, Christiana Figueres, ha definito la due giorni «una discussione veramente utile». Incompleta e insufficiente, ma almeno sembra che la climate finance, specie per mobilitare fondi per il breve termine, sarà uno dei pochi argomenti che potrebbero essere finalizzati a Cancun, unico risultato concreto che verrà portato a casa. Aggiungendo un diplomaticissimo «probabilmente».
Fonte: Terra News
6 settembre 2010
Autore: Emanuele Bompan